ALESSANDRO BIRINDELLI
“Un torneo molto importante per i giovani calciatori. Vetrina di tutto rispetto, trampolino di lancio e motivo di scambio culturale tra i ragazzi”


"E' fondamentale far capire ai genitori che il loro comportamento può causare il bene ed il male del ragazzo"


"Il Torneo Etna Sud permette di visionare al meglio i giovani talenti grazie anche alla presenza di squadre internazionali"


 


Tanti i temi su cui si è espresso l’ex difensore della Juventus, oggi allenatore della formazione
Under 17 dell’Empoli, nell’intervista rilasciata all’ufficio stampa del torneo, in una chiacchierata che ha avuto come obiettivo quello di sottolineare l’importanza dei giovani per il futuro del calcio italiano.

Valorizzare il talento dei giovani calciatori, dar loro la possibilità di far emergere le proprie potenzialità, confrontandosi con realtà calcistiche diverse e, soprattutto, offrire loro un’occasione di crescita umana e culturale: sono queste le basi su cui è nato il Torneo Internazionale Etna Sud Memorial Gioacchino Russo Morosoli. Le stesse basi che rimangono immutate dopo ben quattro anni. Valori imprescindibili per chi ama questo sport e per chi crede fortemente che i giovani siano la linfa vitale del movimento pallonaro. Valori che conosce alla perfezione Alessandro Birindelli, ex difensore della Juventus targata Marcello Lippi, con cui si laurea quattro volte campione d’Italia, lo scorso anno responsabile del settore giovanile del Trapani, ed oggi allenatore della formazione under 17 dell’Empoli. Una lunga chiacchierata sul mondo
del calcio giovanile, dall’importanza del nostro torneo per i ragazzi che si affacciano al mondo del calcio fino a toccare i problemi che attanagliano le società del nostro stivale. Un’analisi profonda, raccontata da un professionista che conosce alla perfezione il calcio giovanile, che merita di essere letta tutta d’un fiato.

Iniziamo subito parlando del Torneo Internazionale Etna Sud Memorial Gioacchino Russo Morosoli, giunto ormai alla quarta edizione e consolidatosi come uno dei tornei giovanili più importanti della Sicilia. Qual è il suo pensiero al riguardo e, soprattutto, quali benefici può portare ai giovani talenti?

“Innanzitutto è bene sottolineare che crea visibilità nel territorio. Non è sempre facile andare a visionare i giovani talenti, dunque, manifestazioni come questa sono molto utili anche per gli addetti ai lavori che in cinque giorni hanno la possibilità di lavorare al meglio vista anche la presenza di squadre internazionali. I tecnici hanno modo di visionare come si lavora nelle altre scuole calcistiche e, un elemento da non sottovalutare, è la possibilità che hanno i ragazzi di confrontarsi anche a livello culturale, entrando in contatto con coetanei di diverse nazioni”

Un argomento su cui si discute molto è la mancanza di coraggio, spesso evidente, delle società italiane, di puntare sui giovani talenti, non solo a livello professionistico ma anche in ambito dilettantistico. Il torneo Etna Sud è un punto di partenza per dare visibilità a dei giovani spesso
relegati in secondo piano.

“Esatto. Bisogna capire che se vogliamo ripartire, se vogliamo riattivare un calcio che possa piacere e possa diventare nuovamente importante come lo è stato in passato, bisogna partire dalle basi. E le basi sono i giovani. E se li trascuriamo parte una catena che, con il passare del tempo finirà per rompersi, come in parte sta già accadendo. Questo perché non c’è più fiducia, c’è poca conoscenza in chi va a lavorare con questi ragazzi, che dovrebbe avere il compito di farli crescere e farli diventare il
futuro del calcio italiano”.

A proposito di poca conoscenza delle dinamiche calcistiche, spesso vi è una cattiva organizzazione nelle scuole calcio e nei vari settori giovanili. E’ così, o qualcosa sta cambiado?

“Si, anche se negli ultimi due anni le società più lungimiranti hanno capito che c’è una necessità di investire e ristrutturare i settori giovanili e questo, fortunatamente sta avvenendo. Ecco perché poi diventano fondamentali tutte le iniziative, come quella ideata ed organizzata da Davide Santonocito, che da anni è motivo di confronto e riavvicinamento. Anche perché se tutti remassimo nella stessa direzione e lanciassimo il messaggio che c’è veramente bisogno di investire forze, energie e denaro nel calcio giovanile, allora poi potremmo sperare
in un cambiamento reale”.

Anche perché è sempre più comune la tendenza a puntare sui nomi importanti, pagandoli spesso con cifre esorbitanti, piuttosto che scommettere su un giovane talento come ad esempio ha fatto il Milan con Donnarumma o la Juventus con Kean. Ma questi rappresentano le eccezioni, non la regola per quanto riguarda il calcio italiano, mentre in altri paesi la musica è diversa.

“Negli altri paesi è una cosa normale. Se noi andiamo a vedere le statistiche degli altri stati, possiamo vedere che ogni anno dai vari settori giovanili, tre o quattro ragazzi vengono integrati nelle rose delle prime squadre e poi, durante la stagione, vengono fatti esordire con gradualità. Ma questo penso sia normale, come penso anche che noi qui in Italia, lo possiamo fare tranquillamente. E rimango perplesso quando poi si rimane stupiti di una società come l’Atalanta che sta facendo un campionato eccezionale grazie anche a tanti ragazzi che arrivano dal settore giovanile, però dimentichiamo che l’Atalanta è da più di vent’anni che lavora benissimo a livello giovanile e, chiaramente, usufruisce in maniera positiva del lavoro svolto sui giovani calciatori. E bisognerebbe prendere la società bergamasca, come quelle estere, come esempio”.

Un’altra figura importante per quanto riguarda il calcio moderno è quella del “Manager”, ovvero il procuratore. E’ sempre più comune, tra le società, l’abitudine ad avviare delle trattative, con dei ragazzi assistiti da queste nuove figure professionali, piuttosto che svolgere un individuale percorso di scouting. Qual è il
suo pensiero a riguardo?

“L’errore sta nel fatto che alcuni dirigenti calcistici italiani non sono all’altezza. Perché se un presidente si affida ad un direttore sportivo o ad un direttore generale che, a suo volta per poter fare il mercato, si deve legare ai procuratori, penso che, se fossi nei panni del presidente, avrei dei parecchi dubbi. Detto questo, non bisogna fare di tutta l’erba un fascio perché ci sono dei procuratori che sanno far bene il proprio lavoro e aiutano parecchio le società. Ma un dirigente non può farsi influenzare da un procuratore. Quello che non bisogna dimenticare è che la fortuna dei procuratori la fanno i calciatori
e non viceversa”.

Un ruolo fondamentale nella carriera di un giovane calciatore, oltre la figura dell’allenatore, è ricoperto dai genitori. Quanto è importante educare le mamme e i papà dei calciatori, affinché non siano di intralcio nella carriera del proprio figlio?

“E’ fondamentale far capire ai genitori che il loro comportamento può comportare il bene ed il male del ragazzo. E’ giusto cercare di educare il genitore, nell’arco della stagione, ad un comportamento consono sia dentro che fuori del campo. Sarebbe utile, da parte delle società organizzare, ad esempio, una volta al mese, delle riunioni con i genitori e cercare di farli sentire parte della squadra, coinvolgerli e far capire loro come si lavora per raggiungere
determinati obiettivi”.

Lei, come tutti sappiamo, vanta un’esperienza internazionale, avendo avuto modo di partecipare alla Champions League. Ma, negli ultimi due anni, ha lavorato a Trapani, rivelazione calcistica degli ultimi tempi, ed oggi allena l’under 17 dell’Empoli, società che da sempre sforna giovani talenti.

“Per quanto riguarda Trapani posso solo dire che mi sono trovato benissimo. Ho avuto la fortuna di conoscere persone eccezionali, piccole società legate all’ambiente trapanese dotate di grande entusiasmo e professionalità. Chiaramente il Trapani è all’inizio del cammino, in una fase di lavori in corso, anche per quanto riguarda il settore giovanile. Dopo il salto di categoria non era facile, per una piccola realtà come quella siciliana, mantenere determinati standard. Ed invece loro ci sono riusciti, e questa è già una grande cosa. Stanno continuando a lavorare, sia sulla prima squadra che sui giovani, e sono convinto che da qui a qualche anno i risultati si vedranno. Empoli non la scopriamo adesso, c’è un gran lavoro per quanto riguarda il settore giovanile, la scuola calcio e le varie attività di base che poi fa si che la prima squadra possa trarne vantaggio e mantenere uno standard comunque elevato”.
Chiuso l’argomento giovani, parliamo un po’ della Serie A, con Milan ed Inter adesso in mano ad imprenditori cinesi, ed una Juventus, che lei conosce bene, attaccata dai media per il gioco tutt’altro che frizzante.

“E’ un momento storico mondiale che comporta una globalizzazione estrema e di conseguenza l’apertura dei mercati. Sono ben accetti gli investitori stranieri se poi accettano quelli che sono gli usi del nostro paese, ma anche la crescita del nostro movimento calcistico. Chiaramente, mi piacerebbe riavere le società con i vecchi presidenti “tifosi”, però in questo momento un imprenditore prima di entrare nel mondo calcistico ci pensa non una, ma mille volte. Quindi ben vengano queste figure straniere se possono fare il bene delle proprie squadre, avendo sempre al loro fianco, punti di riferimento italiani che possano avere conoscenze più profonde del nostro calcio. La Juventus, in questo momento, non è brillantissima. Non fa un gioco spumeggiante, ancora fa fatica a trovare continuità nei suoi campioni. Però è prima in campionato, ha passato il turno in Champions e mi viene naturale pensare dove possa arrivare quando avrà tutta la rosa al completo. E’ una squadra tutta da scoprire, speriamo che nel momento clou della stagione sia veramente al top”.

Stefania Cosentino - Yvii24